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La Fame e la Psiche

  • Dott. Giancarlo Buracco -
  • 21 gen 2017
  • Tempo di lettura: 5 min

La fame come argomento su cui riflettere abitudini, disagi fisici ma anche influenze psicologiche di cui si è poco consapevoli.


In un'analisi diffusa su come le persone si alimentino può essere interessante osservare il fenomeno attraverso il quale l'economia o un maggior benessere economico abbiano influenzato il consumo, le abitudini, il nutrirsi e, non ultima, la psicologia legata al cibo e al concetto di fame.


Nei paesi industrializzati o occidentalizzati, quando si parla di alimentazione il pensiero corre rapido al concetto di dieta o giusta alimentazione, a come oggi non sia più istintivo mangiare in modo semplice o mirato, correlando il concetto al semplice nutrimento. Si mangia troppo, si mangia male, si mangia in fretta, si tende a ingrassare e sono in aumento i problemi legati all'alimentazione come obesità, bulimia, anoressia.


Oppure assistiamo ad altri fenomeni, si esalta la buona cucina, si esaltano i prodotti naturali, da preferire a quelli industriali, si moltiplicano i consigli su cosa preparare, come prepararlo e, tutti i giorni, ci sono decine di chef che consigliano questo o quell'atro. C'è il fast food, lo slow food, il thinking food, lo street food... quasi mai solo il food. Ci sono mille consigli su che dieta seguire per non ingrassare, per l'ipertensione, per la celiachia, per digerire, per tutto. Mille esperti hanno da consigliare le loro invenzioni, con prodotti da assumere al posto del cibo, ad integrazione o come preparati già confezionati, tutti ad asserirne, se sono loro a promuovere i prodotti, la straordinaria efficacia testata scientificamente (ma mai realmente dimostrata) che aiuta a dimagrire.


Poi l'idea evento del 2015, Expo, con lo slogan "nutrire il pianeta"... che ci ricorda quanto sia la "fame" un argomento ancora assai poco superato per i molti che nel resto del mondo sanno bene cosa sia.


Gli argomenti non mancano mai quando si tratta di cibo sia esso da vendere, da promuovere, da esportare, sia esso da assimilare o cercare di farlo o, ancora per troppi, come procurarselo.



Il cibo, il corpo, la mente... Quanto, pensandoci, è ancora possibile separarne i concetti, se analizziamo anche solo attraverso la nostra singola esperienza il problema si fa quantomeno complesso.


Tutti abbiamo affrontato il cosa, il come, il quando e il quanto mangiare, ma quasi mai abbiamo sperimentato la fame... quella vera, non quella che ci tocca solo tra un pasto e l'altro. Eppure, se pensiamo, la fame è forse il motore che attiva anche i comportamenti alimentari più estremi, sia quelli che possiamo considerare disturbi, sia quelli che ci fanno riflettere su come, cosa e quanto mangiare per mantenerci in salute.


Le abitudini, buone o cattive sono spesso il prodotto o la conseguenza di retaggi ancestrali, che in occidente sono forse legati più a processi inconsci che ad esperienze di vita vissuta, anche se si osservano nuovi fenomeni di impoverimento che toccano (riguardano) il problema della quantità di cibo assimilato anche nelle più evolute civiltà.


Il fenomeno industriale ha condizionato, e non troppo inconsciamente, le abitudini della popolazione. La produzione, la commercializzazione e la distribuzione del cibo ha visto una straordinaria evoluzione dagli anni ‘50/’60 in poi...



Progresso, così è stato appellato il termine che promuoveva il cambiare le proprie abitudini, legate al lavoro, al vestire, all'avere, all'alimentazione, al vivere.

Nuove terre promesse lasciavano intravedere il benessere che si diffondeva, non più masse di contadini poveri, grezzi e ignoranti, ma cittadini diligenti e urbanizzati in un mondo fatto di oggetti desiderabili anche se non utili.


La promessa era mantenuta, in cambio del proprio lavoro, nelle fabbriche, negli uffici, in cambio di tempo si potevano avere prospettive esistenziali migliori.

La fame lentamente venne dimenticata, si aveva cibo, casa e confort impensabili. Poi... qualcosa è cambiato, l'uomo non soffriva più la fame, almeno a certe latitudini, la fame non era più un problema, quella fisiologica perlomeno, ma si incominciava a sentire un'altro tipo di appetito, si voleva di più: soldi, oggetti, notorietà e potere. Altri invece desideravano ottenere più conoscenza: per il sapere, per il piacere, per la scienza, per se stessi.


Ogni ideologia ha il suo motto, un suo slogan: tutto è possibile ma ha un prezzo.


Tutto può e deve essere valutato in termini di valore, di domanda e offerta, tutto, tra cui il cibo. Questo in sintesi è quello che il progresso industriale promuoveva. La felicità è di tutti, se te la puoi comprare!

Il sogno prima o poi svanisce se la realtà mostra le cose da altre prospettive. Non tutti avevano accesso alla felicità, anzi spesso il problema era: cosa è la felicità? Non morire più di fame, non essere più poveri, essere più istruiti? Ma allora perché i più, la massa, non era felice? Forse perché si percepiva il divario economico tra chi ha e chi ha di più? Eppure questo divario c'è sempre stato anche in tempi lontani o remoti ed era ben più ampio, ma tant’è! La promessa della felicità svaniva o si allontanava e al suo posto restavano le delusioni e a queste subentravano i ben più gravi problemi legati alla crisi economica che mostra nuovamente lo spettro dell'insicurezza per tutti ma, in particolare, per le nuove generazioni. Generazioni forse più in carne, fisicamente ed esteticamente migliori ma con l'idea di non avere più un futuro e un enorme fame di sapere, di fare e di essere e, soprattutto, di cose da possedere.




L'era del sogno sembra essere finito con il concetto stesso di industrializzazione, il mondo conosce la possibilità di comunicare quasi istantaneamente con tutto e tutti ma ha ancora fame: di lavoro, di cibo, di senso. Il mondo è globalizzato ma anche sempre più omologato. Le idee, i desideri, sembrano essere molto simili ovunque e, avere maggior benessere, sinteticamente è il concetto che li racchiude. Ma è un mondo di possesso d’oggetti ad essere il vero modo di desiderare? Le relazioni sembrano essere cosa dimenticata, sostituite dai mondi virtuali che le lasciano credere, i social sono pieni di gente ma nessuno sembra sapere chi sia veramente l'altro, tutti presi a raccontare se stessi. Fame sì anche questa di non essere e sentirsi anonimi in un mondo di normali.


In un mondo sempre di più privo di certezze ma pieno di desideri molti cercano di compensare questa insoddisfazione, sempre meno latente, con o attraverso il cibo, nel tentativo di compensare la fame quella che poi non si riesce mai a compensare solo mangiando.


Perché la fame, come si è evidenziato nel nostro ragionamento, non riguarda più solo il nostro stomaco ma tutta la nostra sfera emotiva. Questa fame però è molto più difficile da comprendere in modo lucido e consapevole. Ci si ostina a pensare che il problema può essere risolto con il controllo ma, visto che controllare il mondo esterno è praticamente impossibile, si ripiega sul controllo di noi stessi, della nostra mente, del nostro fisico, di ciò che mangiamo o che invece non vogliamo mangiare. Tutto ciò però poi rende difficile anche solo capire cosa vogliamo o ci sembrava di volere, alimentando circolarmente la nostra sensazione di essere ancora una volta tremendamente insoddisfatti e, peggio, ancora più insicuri.





Copyright © Art. 22/1/17 – Dott. Giancarlo Buracco – Psicologo, Psicoterapeuta, Specialista in Psicologia Clinica. - Psicologotorinocentro.org – buraccogiancarlo@gmail.com – cell. 3487332110




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